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SALONE DEL RISPARMIO – 18, 19 E 20 APRILE 2012 – UNIVERSITA’ BOCCONI

Si segnala un evento per tutti coloro che sono interessati alle forme di risparmio gestito.

Il Salone del Risparmio è il più importante evento italiano interamente dedicato alla gestione del risparmio.

Ogni anno Assogestioni, l’associazione italiana dei gestori del risparmio, riunisce a Milano tutti gli operatori dell’industria (SGR, SIM, banche, società di investimento estere, reti di distribuzione, investitori istituzionali e promotori finanziari) e le società di servizi che lavorano a stretto contatto con gli addetti ai lavori, oltre ai rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e i media.

Il Salone inoltre, nella giornata conclusiva, è aperto gratuitamente anche al pubblico.

Investitori privati e studenti hanno così la possibilità di dialogare con i professionisti del settore, imparare a conoscere i prodotti e raccogliere informazioni utili per operare scelte di investimento consapevoli.

Sito ufficiale dell’evento:  http://www.salonedelrisparmio.com

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STOP MGF

Le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF)

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per MGF si intendono tutte quelle procedure che comprendono l’asportazione parziale o totale degli organi genitali esterni della donna e/o il danneggiamento di tali organi per ragioni culturali o per altre ragioni non terapeutiche. Sulla base di tale definizione l’OMS ne ha proposto una classificazione distinguendo quattro tipologie, che si differenziano a seconda dell’invasività dell’intervento effettuato e delle relative complicanze.

Si passa da interventi più lievi quali la “sunna”, incisione della zona clitoridea (tipo I), all’escissione (tipo II) che prevede l’asportazione del clitoride e di parte o di tutte le piccole labbra, all’infibulazione (tipo III) che lascia all’apparato genitale femminile solo un’apertura per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. Il tipo IV comprende diverse procedure di gravità variabile, tra le quali le mutilazioni espansive che prevedono l’allungamento del clitoride o delle labbra (longininfismo).

Le indagini su tali pratiche non sono complete e la ricostruzione di dati precisi è piuttosto ardua  anche a causa del silenzio che le ha sempre circondate (esse sono tutt’ora un argomento tabù per le genti africane.)

Sembra che le MFG fossero praticate già dai Fenici, dagli Ittiti, dagli Etiopici e dagli Egizi (in Sudan e in Somalia l’infibulazione viene definita “circoncisione faraonica”). Secondo alcuni sarebbero state presenti anche nell’antica Roma, dove era praticata sulle schiave.

Esse vengono praticate dai seguaci di diverse religioni. Tuttavia è importante sottolineare  che né la Bibbia né il Corano prescrivono questo intervento, anche se esso viene frequentemente praticato in alcune comunità musulmane nella convinzione che esso faccia parte dell’Islam.

Anche quando le comunità sono consapevoli che non si tratta di una necessità religiosa, la pratica della mutilazione non viene comunque abbandonata perché rappresenta un mezzo per controllare la sessualità delle donne. Questa “cintura di castità” preserva la verginità della donna, conferendole così maggior “valore”, anche (e soprattutto) in senso economico (bride price).

Le MGF riguardano circa 130 milioni di donne e bambine. Ogni anno si valuta che siano 2 milioni le bambine che vengono sottoposte a questi interventi con complicanze per la propria integrità psico-fisica, peraltro irreversibili.

L’età in cui le MGF vengono praticate varia notevolmente, a seconda del gruppo etnico e della zona geografica.

Mentre nelle aree urbane gli interventi vengono ormai eseguiti in strutture sanitarie, nelle campagne continuano a essere effettuati, senza anestesia, da praticanti tradizionali che usano  strumenti di fortuna con conseguente innalzamento del tasso di mortalità.

Le MFG sono state riscontrare in almeno 28 paesi dell’Africa e in alcuni stati asiatici, oltre che in Europa, Australia e Stati Uniti, dove sono state introdotte dalle comunità di emigranti.

L’immigrazione ha fatto sì che le MGF diventassero un tema di attualità anche nel mondo  “moderno”, dove costantemente si assiste a denunce pubbliche spettacolari, commenti politici o giornalistici che mescolano il gusto dell’esotico a giudizi di valore che deformano la realtà per riproporre stereotipi e stigmatizzazioni di intere comunità di immigrati.

L’analisi del fenomeno attraverso la lente del relativismo culturale, basato su un approccio emico (considerazione del punto di vista dell’altro), si rende qui necessaria per costruire quella base di confronto e di dialogo, di comprensione dell’altro che possa portare all’abbandono di una pratica pericolosa senza tradire una cultura.

In ossequio al relativismo, occorre partire dalla contestualizzazione del fenomeno.

La ricerca condotta dall’antropologa C. Pasquinelli (“Infibulazione-Il corpo violato”, 2007) è in questo senso illuminante poiché assume le MGF come un ”fatto sociale totale”. Questa usanza cruenta, praticata per mantenere la verginità della donna, è l’espressione simbolica di un complesso sistema economico e sociale di strategie matrimoniali. Essa è fondata sul “prezzo della sposa”, cioè sul compenso versato dalla famiglia dello sposo a quella della futura moglie in cambio di una donna illibata, – il che significa circoncisa, infibulata, escissa – pronta a rispedirla al mittente e a riprendersi il compenso versato se la donna non è operata  come si deve. Le MGF sono quindi una forma di disciplinamento del corpo femminile, attraverso cui viene perseguita una strategia di assoggettamento delle donne, secondo procedure riconducibili a un mondo di uomini che su queste pratiche ha fondato le proprie strategie di potere.

In questo contesto, le MGF sono da inquadrare nell’ottica di un rito di iniziazione che sancisce il passaggio dell’adolescente all’età adulta: una donna pronta per il matrimonio. Come tutti i riti di passaggio, si svolge secondo una sequenza rituale scandita dalle tre fasi cerimoniali di separazione (quando le bambine da operare vengono portate via da casa), margine (periodo tra la sofferenza dovuta all’operazione e la cicatrizzazione delle ferite) e aggregazione (le bambine vengono reinserite nella comunità in festa e colmate di doni per celebrare il loro ingresso nel mondo femminile).

Le MGF sono così entrate a far parte della normalità delle donne che vivono in aree dove, da sempre, vengono praticate. E’ di fatto una norma consuetudinaria e, come tale, molto più vincolante delle leggi dello Stato (che, infatti, non hanno portato risultati laddove le MGF sono state proibite per legge). Le MGF sono per queste donne talmente normali che, come emerso da alcune interviste, in molti casi neppure sanno, sino al loro arrivo nel paese di accoglienza, che altrove non vengono praticate. Esse soddisfano i “loro” standard morali ed estetici. Le donne occidentali “impure” sono, dal loro punto di vista, immorali (prostitute) e brutte in quanto non depurate delle parti “pendule e molli” del loro sesso. E di questo dobbiamo tener conto: considerare anzitutto il loro punto di vista, il loro “normale” per poter “dialogare” e, quindi, arrivare “INSIEME” a loro – e non “CONTRO” di loro – ad una soluzione che tenga conto delle loro tradizioni.

Consideriamo quindi che il non sottoporsi alle MGF significa per queste donne emarginazione dalla propria comunità.

In una situazione di emigrazione, il corpo “mutilato” diventa un “confine etnico” che permette a queste donne di sentirsi parte della loro comunità. A maggior ragione il dialogo e l’integrazione sono da ritenersi fondamentali: gli immigrati che si sentono respinti tendono a chiudersi in “nicchie ecologiche” totalmente impermeabili agli stimoli della società di accoglienza.

Da tener presente è anche il ruolo determinante nella conservazione delle “norme consuetudinarie” (quindi delle MGF) svolto dalla comunità di origine, con la quale l’immigrato mantiene normalmente stretti rapporti.

Al fine dell’auspicata comprensione dell’altro, è inoltre opportuno far ricorso ad una sorta di autocritica culturale. E’ bene ricordare che le MGF non sono nuove al mondo occidentale dove, a partire dal XVIII sec. e fino ai primi anni Trenta, la clitoridectomia veniva eseguita regolarmente a scopi terapeutici.

Inoltre: qual è la differenza tra le MGF e i nostri interventi vaginali estetici o le operazioni dei transgender? Il rito simbolico viene condannato perché mortifica l’autonomia e la libertà della persona, mentre i nostri interventi sono considerati una libera scelta individuale. In realtà, un intervento demolitore, anche se voluto dal soggetto che lo subisce, “resta passibile di sanzione penale”. Questa la precisazione che la Comm. Reg. di Bioetica si è sentita in dovere di fare – sovvertendo così il senso comune – nell’ambito del dibattito creato dalla proposta (Dic. 2003), da parte del “Centro per la prevenzione e la cura delle complicanze legate alle MGF” dell’ospedale di Careggi, di eseguire presso le strutture sanitarie pubbliche la sunna rituale, un rito simbolico alternativo alle MGF (che, come tale, invece “non integra alcuna forma di reato”).

Ricordiamo peraltro, a questo proposito, che l’integrità fisica e la salute fanno parte dei DIRITTI UMANI che, come tali, sono, oltre che inviolabili ed imprescrittibili, anche inalienabili: non possono essere alienati dal titolare e la loro eventuale alienazione non è valida. Integrità fisica e salute spettano alla persona indipendentemente dalla sua volontà.

Quanto sopra ci rimanda all’universalismo, unica via per il superamento della polarità tra cosa è bene e cosa è male: un universalismo pragmatico dei diritti umani che tenga conto, come Herskovits (antropologo e storico statunitense, 1895-1963) aveva evidenziato in occasione della stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Dic. 1948), che, se per diritti umani si intende che spettano a tutti gli esseri umani, allora non possono essere costruiti in base al modello e alle esigenze dell’Occidente.

Prospettiva emica significa, in seconda battuta, comprendere la diversità di prospettive sul problema presente all’interno di uno stesso gruppo di migranti, tra gruppi di migranti  e tra migranti e italiani (o “occidentali” in generale).

Infine, non dimentichiamo la possibilità di cambiamento presente in tutte le società. Nel caso specifico delle MGF si rilevano, di fatto, sostanziali cambiamenti sia nei paesi di origine che nelle comunità di migranti. Questi ultimi sono senz’altro disposti a riconsiderare le loro credenze e a cambiare, ammesso che il cambiamento non sia imposto, bensì costruito tramite il confronto e il dialogo.

Le MGF rappresentano una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle bambine. Esse violano il diritto all’integrità fisica e psicologica, al più alto standard di salute possibile, a essere libere da ogni forma di discriminazione – inclusa la violenza – e di trattamento crudele, disumano o degradante, violano i diritti dell’infanzia e, in casi estremi, il diritto alla vita.

La campagna europea “End Female Genital Mutilation” (www.endfgm.eu)

End FGM è una campagna promossa da Amnesty International Irlanda e realizzata in collaborazione con organizzazioni non governative di 13 paesi europei. In Italia, la campagna è condotta da Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo (www.aidos.it), in collaborazione con Amnesty International Sezione Italiana.

“Il predominio di ciò che è familiare impoverisce chiunque”

“occorre imparare a comprendere ciò che non possiamo accettare”

Clifford James Geertz (1926-2006), antropologo statunitense

 

Amnesty International

Marzo 2011

giornata-della-memoria

INCONTRO CON LILIANA SEGRE

17 febbraio 2011, Auditorium del Centro Puecher di Milano

Iniziativa dell’I.I.S Claudio Varalli per il Giorno della Memoria

IL SALUTO DEL PRESIDE A LILIANA SEGRE

 Ciò che stiamo per vivere qui, alla presenza di Liliana Segre, non è una commemorazione.

Infatti non ci siamo ritrovati per celebrare una verità oramai acquisita e irrigidita nella apparente oggettività della storia, verità a cui si accede con la solennità dei discorsi ufficiali. Anche se inevitabile, la commemorazione non è certo il modo migliore per far rivivere il passato.

Ciò che oggi ascolteremo da Liliana Segre è, innanzi tutto, una testimonianza, un racconto che mantiene viva e palpitante la fragile verità di chi ha raccolto i propri ricordi per dar loro una forma, un senso, una vita.

Testimone è colui che consegna agli altri la memoria del suo “essere-stato-presente”  lì, in quel buco nero, in quella tenebra, in quell’inferno.

Testimone è colui a cui è stato assegnato-imposto il compito di “vedere” con i propri occhi, di “dire” con la propria voce, di “mostrare” sulla propria carne. Solo la vittima può dare fino in fondo testimonianza dell’estremo dolore e dell’estrema ingiustizia.

Vale la pena di ricordare che la parola greca  martys  (testimone) diventa “martire” nel lessico del cristianesimo delle origini, quasi a sottolineare che testimonianza e martirio appartengono allo stesso campo semantico. E questo senso sacro del “dare testimonianza” lo ritroviamo nelle pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Non tutte le vittime, non tutti i martiri, hanno potuto elaborare una compiuta memoria del Lager come invece ha fatto Liliana Segre. “Nelle condizioni disumane a cui erano assoggettati – ha scritto Primo Levi – era raro che i prigionieri potessero acquisire una visione di insieme del loro universo… Non sapevano per chi lavoravano. Non comprendevano il significato di certi improvvisi mutamenti di condizione e dei trasferimenti di massa. Circondato dalla morte, spesso il deportato non era in grado di valutare la misura della strage che si svolgeva sotto i suoi occhi”.

Ascoltando le parole di Liliana Segre ciascuno di noi dovrà ingaggiare dentro di sé una lotta, un conflitto, una resistenza alla tentazione del male. E la tentazione del male è, in primo luogo, la convinzione che esso sia una potenza invincibile e indomabile,  che esso sia una potenza inestirpabile dalla storia dell’umanità.

La testimonianza di Liliana Segre sul più grande orrore del XX secolo, un secolo che non ci lasceremo mai alle spalle, può aiutarci in questa lotta per non soccombere al male e per affermare il giusto, il vero e il bene.

Michele Del Vecchio

Preside Istituto “Claudio Varalli” e Istituto “Pier Paolo Pasolini”

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NOTE BIOGRAFICHE

Liliana Segre (Milano, 10 settembre 1930) è una superstite italiana dell’Olocausto. Di origine ebraica, visse insieme a suo padre e ai nonni paterni; sua madre era morta poco dopo la sua nascita. In seguito alle leggi razziali fasciste, introdotte nel 1938, venne espulsa dalla scuola.

Il 27 novembre 2008 l’Università di Trieste le ha assegnato la laurea honoris causa in Giurisprudenza. Il 15 dicembre 2010 l’Università degli Studi di Verona le ha assegnato la laurea honoris causa in Scienze pedagogiche. Liliana Segre svolge un’attività di testimone molto preziosa, particolarmente presso scuole ed università. Sul sito “binario 21.org” è possibile udire la testimonianza dalla sua voce, insieme ad altre drammatiche testimonianze.

 

A tredici anni nel campo di sterminio

Avevo otto anni al momento delle leggi razziali e mi ricordo come una netta cesura nella mia vita quella fine estate del 1938 quando mio papà cercò di spiegarmi che, poiché ero una bambina ebrea, non avrei più potuto continuare ad andare a scuola. Non posso dire di aver capito allora quello che stava succedendo, però mi sono sempre ricordata, dopo, come mi ero sentita quel giorno che ha diviso la mia vita in un prima e in un dopo. La mia era sempre stata una famiglia laica e io non mi ero mai posta il problema di che cosa volesse dire essere una bambina ebrea. Lo avrei ben capito in seguito, anno dopo anno, giorno dopo giorno, man mano che la persecuzione si è fatta più dura, quando è scoppiata la guerra e i nazisti sono diventati i padroni dell’Italia del Nord. Nel 1943 ero una ragazzina ormai tredicenne, molto consapevole di quello che avveniva intorno a lei.

Falliti altri tentativi di sfuggire alla persecuzione, nel corso dei quali dovetti abbandonare la mia casa e dire addio ai miei nonni, poco prima che venissero deportati e uccisi ad Auschwitz, prima che ci arrivassi io, anche per me e per mio papà venne il momento di tentare la fuga in Svizzera.

Anche per noi le cose andarono male, non trovammo però, come Goti, dei contrabbandieri che ci vendettero per quattro soldi, ma un ufficiale svizzero, di una piccola stazione di polizia di frontiera del Canton Ticino, che ci riconsegnò alle autorità italiane dopo che eravamo già riusciti a espatriare.

Entrai così, a 13 anni, nel carcere femminile di Varese ed ero da sola nell’umiliante trafila della fotografia e delle impronte digitali, da sola a camminare in quei corridoi dietro a una secondina e a chiedermi per quale colpa mi trovassi lì. Io le prigioni le avevo viste solo al cinema, non sapevo come erano fatte, non sapevo che all’ora del tramonto le guardie venivano a picchiare sulle sbarre per controllare che non fossero state segate da me o dalle altre poverette prese come me sul confine!

Fu così a Varese, fu così a Como, fu così a San Vittore, dove rimasi per 40 giorni. Ma lì ero contenta, perché le famiglie erano state riunite e io ero in cella con il mio papà.

Due o tre volte alla settimana gli agenti della GESTAPO portavano via tutti gli uomini del raggio degli ebrei per interrogarli. Io sapevo che erano interrogatori terribili, in cui si torturava e si picchiava, e ci pensavo quando rimanevo sola nella cella aspettando che tornasse mio padre. Aspettavo un’ora, due ore, tre ore; diventavo vecchia leggendo le scritte di quelli che erano passati prima di noi: maledizioni, addii, benedizioni, nomi, “ricordatevi di me”. Poi lui tornava: era pallido, la barba lunga, gli occhi segnati, non mi raccontava niente, ci abbracciavamo. Mi svegliavo qualche volta di notte nella branda che era quasi rasoterra, una brandina di ferro, e lo trovavo qualche volta inginocchiato vicino a me che mi chiedeva scusa per avermi messo al mondo. Lui che avrebbe voluto darmi il massimo.

Alla fine di gennaio, nell’implacabile appello dei 650 nomi circa compresi nel successivo trasporto, furono pronunciati anche i nostri. Un vecchio cugino di mio padre, che a gran fatica, da Ravenna, aveva raggiunto la Svizzera e da là era stato respinto, a sentire il suo nome si uccise buttandosi giù dall’ultimo piano del raggio. Quel corpo scomposto, grottesco, quel fagotto buttato sul pavimento del carcere, fu il primo morto che vidi nella mia vita.

Ci misero in fila e ci caricarono sui camion per portarci alla stazione centrale. Da lì cominciò il nostro viaggio verso il nulla. Un viaggio di gente che era alla vigilia della morte, un viaggio in cui non c’era più niente da dire, un viaggio in cui tutti, dopo aver pianto e i più fortunati pregato, stavano in silenzio.

Arrivammo ad Auschwitz in pieno inverno. Era stato un viaggio inumano, ma inumano fu l’arrivo: quando fummo scaricate a calci e pugni su quella spianata enorme che i nostri aguzzini avevano preparato per noi nel lager di Birkenau, un lager femminile enorme, una città di disperazione. Fummo separati, uomini e donne, e io nei miei tredici anni spauriti, non conoscendo nessuna lingua straniera, senza capire dove mi trovavo e che cosa mi stava succedendo, io, senza saperlo, lasciai per sempre la mano del mio papà. Lui è rimasto là quel 6 febbraio 1944.

Noi sceglievamo la vita

Io passai la selezione senza sapere che venivo scelta per la vita o per la morte. Ero tra le più giovani, anzi io non conobbi in campo nessuno che fosse più giovane di me. Mi scelsero perché ero grande e grossa e dimostravo più anni di quelli che avevo.

Entrai nel campo e iniziò anche per me quella vita, fondata sulla più totale disumanizzazione in cui la voglia di vivere, per noi che siamo tornate, era l’unica cosa che contasse. Anche nella situazione più spaventosa noi sceglievamo la vita, anche se ci volevano uccidere ogni minuto per farci scontare la colpa di essere nate.

Fui scelta per un lavoro che si svolgeva per fortuna al coperto. Dico sempre che sono viva per quello. Rimasi un anno nella fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens. Eravamo schiavi senza alcun diritto che lavoravano fino all’esaurimento delle forze.

Com’erano i rapporti fra di noi prigioniere? I rapporti per me furono difficilissimi: io mi rinchiusi in quei mesi sempre di più in un silenzio doloroso. Dapprima il silenzio in cui mi aveva costretto la separazione da tutti coloro che avevo amato, poi il silenzio perché non capivo le lingue che si parlavano, poi il silenzio perché avevo paura di attaccarmi a qualcuno che mi sarebbe stato di nuovo strappato. Ma era anche il silenzio spaventoso che sentivamo intorno a noi, il silenzio del mondo che non si dava pensiero di quello che ci stava succedendo. Era forse anche il silenzio di Dio che in quel momento, ad Auschwitz, si è distratto.

Tre volte passai la selezione nel corso di quell’anno. Nude, perché la nudità era un’altra umiliazione costante della nostra vita di tutti i giorni, passavamo davanti agli ufficiali delle SS, elegantissimi nelle loro uniformi. Noi, le disgraziate ragazze della fabbrica Union, ci specchiavamo le une nelle altre con i nostri corpi scheletriti mentre i nostri aguzzini, decidevano chi era ancora in grado di lavorare e chi no.

Ragazzi, è difficile attraversare un corridoio, dover varcare una porta obbligata e sapere che chi ti osserverà, nuda, davanti e dietro, in bocca, dappertutto, poi deciderà se tu continuerai a vivere oppure no.

Come bisogna atteggiarsi davanti a un tribunale così, composto di uomini che a casa avevano una famiglia, delle figlie forse della nostra età, e che ci guardavano, sorridendo calmi, tranquilli, senza una parola? Solo un cenno del capo per dire “avanti”. E io ero felice quando mi facevano quel cenno, perché ero ancora viva, perché io volevo vivere. Io avevo 13 anni, e poi 14, e volevo vivere.

La “marcia della morte”

Alla fine di gennaio del 1945, quando era passato un anno dal mio arrivo nel campo, cominciammo a sentire da lontano rumore di cannonate e di bombardamenti: qualche cosa stava succedendo. Ed ecco che dalla fabbrica Union arrivò il comando di evacuare il campo.

E, così come eravamo, ci fecero alzare da quei banchi, dove lavoravamo per fare proiettili e munizioni, e venimmo avviate per quella che sarebbe stata chiamata la “marcia della morte”. Io, quando cominciai a capire che dovevo camminare, comandai al mio corpo: “Una gamba davanti all’altra! Devi andare avanti, devi andare avanti…”.

Camminammo per giorni attraverso la Germania, camminavamo soprattutto di notte: città deserte, paesini deserti e le nostre sentinelle implacabili finivano con un colpo di pistola quelle che cadevano. Io non mi voltavo, non mi voltavo a vedere quelle che cadevano, non mi voltavo a vedere la neve sporca di sangue. Io non mi voltavo neanche quando ero nel campo e c’erano i mucchi di cadaveri scomposti fuori dal crematorio pronti per essere bruciati. Io non mi voltavo per guardare le compagne in punizione, io non volevo sapere di torture, di esperimenti, di racconti spaventosi, Io non volevo sapere, io volevo vivere e mi sdoppiavo in un’altra personalità: non ero lì, non ero io quella che faceva la marcia della morte. Ci buttavamo come pazze sugli immondezzai e raccoglievamo bucce di patate, torsoli di cavolo marcio, un osso già rosicchiato dal cane di casa, e ci disputavamo questi orrori io e le mie compagne, le bocche sporche, scheletri orribili.

Alzavo la testa a vederle, le mie compagne, e vedevo me stessa, la mia faccia scheletrita, ferina, bestiale. Eravamo le stesse a cui un anno o due prima, intorno a una tavola ben apparecchiata qualcuno aveva detto: “Ho fatto per te la torta che ti piace, ne vuoi ancora?”.

Ma lì non c’era la tovaglia bianca, non c’era il viso amato della nonna Olga davanti a me. Rosicchiavo felice quel pezzo di osso. Non importa se poi avrei vomitato e avrei avuto la diarrea: intanto mettevo qualcosa nello stomaco. Passammo così da un campo all’altro, sempre più a Nord della Germania, fino a quello di Malchow, l’ultimo dove fui detenuta.

Ci eravamo arrivate con la forza della disperazione, come non lo saprei più dire; eravamo tanti chilometri lontano da Auschwitz!

Non lavoravamo più in questo campo, non c’era più quella disciplina dell’orario, della fabbrica. Passavamo delle giornate infinite, quasi più nessuno si alzava da quei giacigli su cui stavamo ammucchiate. Ma eravamo ancora vive. C’erano dei ragazzi, dei prigionieri francesi, che passavano fuori dal campo e ci dicevano: “Non morite! La guerra sta per finire. I nostri aguzzini la stanno perdendo, arrivano i russi da una parte e gli americani dall’altra.”

Noi rientravamo nelle baracche e dicevamo a quelle che veramente erano ormai alla fine: “Ci hanno detto: non morite!

Noi lo ripetiamo a voi: non morite! La guerra sta per finire.”

Era vero: gli aguzzini stavano perdendo la guerra e nel giro di pochi giorni portarono via tutto da quel campo. Portavano via scrivanie, macchine da scrivere, soprattutto portavano via documenti compromettenti su quegli orrori che avevano perpetrato per anni e dei quali non volevano lasciare tracce. E, ancora una volta, ci comandarono di evacuare il campo. Noi eravamo ormai dei fantasmi e non ce l’avremmo più fatta a fare una marcia, ma quasi tutte ci alzammo da quei giacigli, anche quelle in punto di morte.

E però, nel giro di pochissime ore fummo testimoni della storia che cambiava: i vincitori diventavano vinti e i nostri aguzzini buttavano le divise nei fossi sul lato della strada, buttavano le armi, scioglievano i cani. I civili scappavano dalle case trascinando dietro tutti i loro valori.

E noi, attonite, ci guardavamo attorno e ci chiedevamo che cosa stava succedendo. Vedevamo i soldati tedeschi mettersi in borghese, li guardavamo e li immaginavamo tornare alle loro case: affettuosi padri, solerti maestri, coscienziosi impiegati di banca. Poi, nel giro di pochissimo tempo, arrivarono prima i camion dei soldati americani che ci buttavano tavolette di cioccolato, frutta secca, sigarette.

Poi le truppe dell’Armata Rossa, gente di tutte le etnie: mongoli, circassi, russi bianchi. Un esercito disordinato, con pochi mezzi, ma che aveva tenuto in scacco l’esercito nazista per molto tempo sul fronte russo. Erano loro i vincitori.

A noi restava questa grande, straordinaria, terribile esperienza: il dolore, che non passerà mai, di aver avuto Auschwitz nella nostra vita. E il dovere di testimoniare di quello che è stato, noi che abbiamo avuto salva la vita, per tutti quelli che non possono più parlare.

 

Liliana Segre

 

Mai più…

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3° VARALLI HIGH SCHOOL PHOTO CONTEST

E’ indetto il 3° Varalli High School Photo Contest, concorso fotografico organizzato dal Comitato Genitori dell’istituto Varalli di Milano.

Il tema del concorso è “Carpe Diem: Musica ed Emozioni”.

La musica spesso ci fa vivere emozioni, momenti tristi o allegri, attimi di vita comuni a tutti e a volte ci si riconosce nei testi che vengono cantati.

I temi proposti per le fotografie sono i seguenti:

  1. “Il Più Grande Spettacolo Dopo il Bing Bang” – Jovanotti
  2. “Generazione di Fenomeni” – Stadio
  3. “Sere nere” – Tiziano Ferro
  4. “Uprising” – Muse

MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE

PARTECIPANTI

Il concorso è aperto a tutti gli studenti dell’Istituto Varalli.

REQUISITI

Per tutti i partecipanti minorenni sarà necessaria l’autorizzazione dei genitori.

Per partecipare occorre consegnare alla Segreteria dell’Istituto, nel periodo 15>30 aprile 2012, max. 2 immagini, rigorosamente stampate in formato 20 x 30 cm. ed inviare gli scatti in formato JPG all’indirizzo di posta elettronica: comitato_genitori_varalli@yahoo.it entro il 30 aprile 2012.

Le foto verranno pubblicate su Flickr VaralliPhotoContest.

Sul retro delle foto andranno indicati: titolo, data e dettagli di scatto. E’ obbligatorio allegare una didascalia, o meglio una breve presentazione dello scatto.

Le immagini non devono contenere elementi grafici al di fuori dell’immagine stessa e possono essere state scattate sia in digitale, che in pellicola, che con telefoni cellulari.

Immagini considerate non ammissibili possono essere squalificate a discrezione della giuria.

DIRITTI E RESPONSABILITA’

Tutti i diritti relativi alle immagini presentate in concorso rimangono di proprietà dei partecipanti.

E’ responsabilità deipartecipanti ottenere per tutte le foto presentate i necessari permessi, incluse le liberatorie per i soggetti ritratti.

PREMI E RICONOSCIMENTI

L’elenco dei premi sarà comunicato a breve.

CRITERI DI GIUDIZIO

Saranno considerati come principali criteri di giudizio da parte della giuria: impatto visivo, composizione, originalità, tecnica, creatività, capacità di comunicare un messaggio, luce e taglio.

La non ottemperanza ad uno dei requisiti sopra indicati comporterà l’esclusione dal concorso.

La giuria sarà formata da fotografi professionisti e da membri del Comitato Genitori.

 

Approvato nella riunione del Comitato Genitori del 04/02/2012

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XX EDIZIONE GIORNATA FAI DI PRIMAVERA

24 – 25 marzo 2012: XX Giornata FAI di Primavera

Per il secondo anno consecutivo, gli studenti del Varalli partecipano al progetto FAI “Apprendisti Ciceroni”.

Nell’ambito delle “Giornate FAI di primavera“, gli alunni del Varalli guideranno i visitatori della Villa Necchi-Campiglio e del quartiere circostante di Porta Venezia.

Maggiori dettagli sul sito ufficiale: http://www.giornatafai.it/

Locandina PDF: FAI_2012

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B.I.T. – MOTORE DEL TURISMO INTERNAZIONALE

Si è da poco conclusa l’edizione 2012 della Borsa Internazionale del Turismo (BIT), tenutasi presso la fiera di Rho – Pero.

Anche quest’anno, grazie alla collaborazione avviata nel 2010, tra l’I.I.S. Claudio Varalli e l’Assessorato al Turismo della Regione Lombardia, una delegazione di studenti della nostra scuola è stata invitata a visitare i padiglioni fieristici.

L’Assessorato al Turismo conferma il suo interesse a sviluppare una collaborazione, con l’I.I.S. Claudio Varalli, finalizzata a rendere più accessibili tutte le informazioni utlili all’orientamento dei nostri studenti verso il mondo del lavoro in ambito turistico.

La collaborazione, tra la nostra scuola e Regione Lombardia, continua sotto i migliori auspici.

A breve verrà presentato il prossimo evento organizzato in collaborazione con l’Assessorato al Turismo, Commercio e Servizi, della nostra Regione.