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STOP MGF

Le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF)

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per MGF si intendono tutte quelle procedure che comprendono l’asportazione parziale o totale degli organi genitali esterni della donna e/o il danneggiamento di tali organi per ragioni culturali o per altre ragioni non terapeutiche. Sulla base di tale definizione l’OMS ne ha proposto una classificazione distinguendo quattro tipologie, che si differenziano a seconda dell’invasività dell’intervento effettuato e delle relative complicanze.

Si passa da interventi più lievi quali la “sunna”, incisione della zona clitoridea (tipo I), all’escissione (tipo II) che prevede l’asportazione del clitoride e di parte o di tutte le piccole labbra, all’infibulazione (tipo III) che lascia all’apparato genitale femminile solo un’apertura per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. Il tipo IV comprende diverse procedure di gravità variabile, tra le quali le mutilazioni espansive che prevedono l’allungamento del clitoride o delle labbra (longininfismo).

Le indagini su tali pratiche non sono complete e la ricostruzione di dati precisi è piuttosto ardua  anche a causa del silenzio che le ha sempre circondate (esse sono tutt’ora un argomento tabù per le genti africane.)

Sembra che le MFG fossero praticate già dai Fenici, dagli Ittiti, dagli Etiopici e dagli Egizi (in Sudan e in Somalia l’infibulazione viene definita “circoncisione faraonica”). Secondo alcuni sarebbero state presenti anche nell’antica Roma, dove era praticata sulle schiave.

Esse vengono praticate dai seguaci di diverse religioni. Tuttavia è importante sottolineare  che né la Bibbia né il Corano prescrivono questo intervento, anche se esso viene frequentemente praticato in alcune comunità musulmane nella convinzione che esso faccia parte dell’Islam.

Anche quando le comunità sono consapevoli che non si tratta di una necessità religiosa, la pratica della mutilazione non viene comunque abbandonata perché rappresenta un mezzo per controllare la sessualità delle donne. Questa “cintura di castità” preserva la verginità della donna, conferendole così maggior “valore”, anche (e soprattutto) in senso economico (bride price).

Le MGF riguardano circa 130 milioni di donne e bambine. Ogni anno si valuta che siano 2 milioni le bambine che vengono sottoposte a questi interventi con complicanze per la propria integrità psico-fisica, peraltro irreversibili.

L’età in cui le MGF vengono praticate varia notevolmente, a seconda del gruppo etnico e della zona geografica.

Mentre nelle aree urbane gli interventi vengono ormai eseguiti in strutture sanitarie, nelle campagne continuano a essere effettuati, senza anestesia, da praticanti tradizionali che usano  strumenti di fortuna con conseguente innalzamento del tasso di mortalità.

Le MFG sono state riscontrare in almeno 28 paesi dell’Africa e in alcuni stati asiatici, oltre che in Europa, Australia e Stati Uniti, dove sono state introdotte dalle comunità di emigranti.

L’immigrazione ha fatto sì che le MGF diventassero un tema di attualità anche nel mondo  “moderno”, dove costantemente si assiste a denunce pubbliche spettacolari, commenti politici o giornalistici che mescolano il gusto dell’esotico a giudizi di valore che deformano la realtà per riproporre stereotipi e stigmatizzazioni di intere comunità di immigrati.

L’analisi del fenomeno attraverso la lente del relativismo culturale, basato su un approccio emico (considerazione del punto di vista dell’altro), si rende qui necessaria per costruire quella base di confronto e di dialogo, di comprensione dell’altro che possa portare all’abbandono di una pratica pericolosa senza tradire una cultura.

In ossequio al relativismo, occorre partire dalla contestualizzazione del fenomeno.

La ricerca condotta dall’antropologa C. Pasquinelli (“Infibulazione-Il corpo violato”, 2007) è in questo senso illuminante poiché assume le MGF come un ”fatto sociale totale”. Questa usanza cruenta, praticata per mantenere la verginità della donna, è l’espressione simbolica di un complesso sistema economico e sociale di strategie matrimoniali. Essa è fondata sul “prezzo della sposa”, cioè sul compenso versato dalla famiglia dello sposo a quella della futura moglie in cambio di una donna illibata, – il che significa circoncisa, infibulata, escissa – pronta a rispedirla al mittente e a riprendersi il compenso versato se la donna non è operata  come si deve. Le MGF sono quindi una forma di disciplinamento del corpo femminile, attraverso cui viene perseguita una strategia di assoggettamento delle donne, secondo procedure riconducibili a un mondo di uomini che su queste pratiche ha fondato le proprie strategie di potere.

In questo contesto, le MGF sono da inquadrare nell’ottica di un rito di iniziazione che sancisce il passaggio dell’adolescente all’età adulta: una donna pronta per il matrimonio. Come tutti i riti di passaggio, si svolge secondo una sequenza rituale scandita dalle tre fasi cerimoniali di separazione (quando le bambine da operare vengono portate via da casa), margine (periodo tra la sofferenza dovuta all’operazione e la cicatrizzazione delle ferite) e aggregazione (le bambine vengono reinserite nella comunità in festa e colmate di doni per celebrare il loro ingresso nel mondo femminile).

Le MGF sono così entrate a far parte della normalità delle donne che vivono in aree dove, da sempre, vengono praticate. E’ di fatto una norma consuetudinaria e, come tale, molto più vincolante delle leggi dello Stato (che, infatti, non hanno portato risultati laddove le MGF sono state proibite per legge). Le MGF sono per queste donne talmente normali che, come emerso da alcune interviste, in molti casi neppure sanno, sino al loro arrivo nel paese di accoglienza, che altrove non vengono praticate. Esse soddisfano i “loro” standard morali ed estetici. Le donne occidentali “impure” sono, dal loro punto di vista, immorali (prostitute) e brutte in quanto non depurate delle parti “pendule e molli” del loro sesso. E di questo dobbiamo tener conto: considerare anzitutto il loro punto di vista, il loro “normale” per poter “dialogare” e, quindi, arrivare “INSIEME” a loro – e non “CONTRO” di loro – ad una soluzione che tenga conto delle loro tradizioni.

Consideriamo quindi che il non sottoporsi alle MGF significa per queste donne emarginazione dalla propria comunità.

In una situazione di emigrazione, il corpo “mutilato” diventa un “confine etnico” che permette a queste donne di sentirsi parte della loro comunità. A maggior ragione il dialogo e l’integrazione sono da ritenersi fondamentali: gli immigrati che si sentono respinti tendono a chiudersi in “nicchie ecologiche” totalmente impermeabili agli stimoli della società di accoglienza.

Da tener presente è anche il ruolo determinante nella conservazione delle “norme consuetudinarie” (quindi delle MGF) svolto dalla comunità di origine, con la quale l’immigrato mantiene normalmente stretti rapporti.

Al fine dell’auspicata comprensione dell’altro, è inoltre opportuno far ricorso ad una sorta di autocritica culturale. E’ bene ricordare che le MGF non sono nuove al mondo occidentale dove, a partire dal XVIII sec. e fino ai primi anni Trenta, la clitoridectomia veniva eseguita regolarmente a scopi terapeutici.

Inoltre: qual è la differenza tra le MGF e i nostri interventi vaginali estetici o le operazioni dei transgender? Il rito simbolico viene condannato perché mortifica l’autonomia e la libertà della persona, mentre i nostri interventi sono considerati una libera scelta individuale. In realtà, un intervento demolitore, anche se voluto dal soggetto che lo subisce, “resta passibile di sanzione penale”. Questa la precisazione che la Comm. Reg. di Bioetica si è sentita in dovere di fare – sovvertendo così il senso comune – nell’ambito del dibattito creato dalla proposta (Dic. 2003), da parte del “Centro per la prevenzione e la cura delle complicanze legate alle MGF” dell’ospedale di Careggi, di eseguire presso le strutture sanitarie pubbliche la sunna rituale, un rito simbolico alternativo alle MGF (che, come tale, invece “non integra alcuna forma di reato”).

Ricordiamo peraltro, a questo proposito, che l’integrità fisica e la salute fanno parte dei DIRITTI UMANI che, come tali, sono, oltre che inviolabili ed imprescrittibili, anche inalienabili: non possono essere alienati dal titolare e la loro eventuale alienazione non è valida. Integrità fisica e salute spettano alla persona indipendentemente dalla sua volontà.

Quanto sopra ci rimanda all’universalismo, unica via per il superamento della polarità tra cosa è bene e cosa è male: un universalismo pragmatico dei diritti umani che tenga conto, come Herskovits (antropologo e storico statunitense, 1895-1963) aveva evidenziato in occasione della stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Dic. 1948), che, se per diritti umani si intende che spettano a tutti gli esseri umani, allora non possono essere costruiti in base al modello e alle esigenze dell’Occidente.

Prospettiva emica significa, in seconda battuta, comprendere la diversità di prospettive sul problema presente all’interno di uno stesso gruppo di migranti, tra gruppi di migranti  e tra migranti e italiani (o “occidentali” in generale).

Infine, non dimentichiamo la possibilità di cambiamento presente in tutte le società. Nel caso specifico delle MGF si rilevano, di fatto, sostanziali cambiamenti sia nei paesi di origine che nelle comunità di migranti. Questi ultimi sono senz’altro disposti a riconsiderare le loro credenze e a cambiare, ammesso che il cambiamento non sia imposto, bensì costruito tramite il confronto e il dialogo.

Le MGF rappresentano una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle bambine. Esse violano il diritto all’integrità fisica e psicologica, al più alto standard di salute possibile, a essere libere da ogni forma di discriminazione – inclusa la violenza – e di trattamento crudele, disumano o degradante, violano i diritti dell’infanzia e, in casi estremi, il diritto alla vita.

La campagna europea “End Female Genital Mutilation” (www.endfgm.eu)

End FGM è una campagna promossa da Amnesty International Irlanda e realizzata in collaborazione con organizzazioni non governative di 13 paesi europei. In Italia, la campagna è condotta da Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo (www.aidos.it), in collaborazione con Amnesty International Sezione Italiana.

“Il predominio di ciò che è familiare impoverisce chiunque”

“occorre imparare a comprendere ciò che non possiamo accettare”

Clifford James Geertz (1926-2006), antropologo statunitense

 

Amnesty International

Marzo 2011

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