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LA GUERRA GIUSTA… TRA MEDIA E REALTA’

Sulla strada che dal centro di Kabul porta all’aeroporto, della capitale afgana, si trova Massoud circle.

Una “rotonda”, neanche tanto grande, caratterizzata dal monumento dedicato al “Leone del Panshir”, eroe nazionale afgano (e mujaheddin), che combatté i sovietici prima e i talebani dopo.

Quella costruzione, in realtà, fu eretta dai sovietici e prima di onorare il comandante Massoud, simboleggiava il Ministero della Salute afgano, che si trova poco distante da quella piazza.

E’ stato verso mezzogiorno, di quel fresco giovedì di settembre, che i due blindati “Lince”, in servizio di scorta ad un mezzo diretto all’aeroporto, hanno raggiunto quel rondò.

A poca distanza si trovava un mercato affollato dove gli avventori, soprattutto mamme con i loro bambini, si accalcavano davanti a bancarelle che esponevano le poche e misere cose che un paese dilaniato da decenni di conflitti, come l’Afghanistan, può permettersi di offrire.

C’era un po’ di vento e l’aria era limpida, con quella luce e quel cielo dal colore intenso che solo una città che sta a 1700 metri d’altezza, come Kabul, può ostentare.

Chissà se qualcuno dei ragazzi, che erano a bordo dei due blindati, ha notato quella Toyota bianca, che andava troppo veloce, che si avvicinava troppo.

150 kg. di esplosivo, un lampo, un boato…   Se li sono portati via così…

L’onda d’urto, scatenata dall’esplosione violentissima, ha investito anche quel mercato affollato, a poche decine di metri di distanza, uccidendo 20 afgani e ferendone più di 60.

Ma alla loro sorte, i nostri media, dedicheranno molta meno enfasi.

C’è un destino inquietante, ancorché casuale, che accomuna la sorte delle vittime dell’attentato del 17 settembre, italiani e afgani, con il comandante Massoud.

Anche il “Leone del Panshir” è stato ucciso dall’esplosivo, nascosto in una telecamera da due guerriglieri talebani che, inscenando un’intervista, si sono spacciati per giornalisti.

E’ successo il 9 settembre 2001, in un piccolo villaggio afgano.

Due giorni dopo si sarebbero scatenati gli attacchi a New York che hanno gettato il mondo in un incubo di terrore.

La notizia dell’attentato ai nostri militari, di quel maledetto giovedì di settembre, ha investito, quasi con la stessa violenza di quell’esplosione, un’Italia attonita e incredula.

Gli italiani, con gli occhi arrossati, si sono stretti attorno alle famiglie dei caduti.

Sono stati proclamati i funerali di Stato; giornali e televisioni, all’unisono, ci hanno proposto tutti le stesse immagini.

Di devastazione e morte, prima, e di dolore e commozione, poi.

A chi non è scoppiato il cuore, vedendo il piccolo Martin che accarezzava la bara del suo papà?

Le dichiarazioni “istituzionali”, dalla Presidenza della Repubblica, a quella del Consiglio dei Ministri, dai partiti di maggioranza, come da quelli di opposizione, sono unanimi.

Giungono parole di cordoglio, dichiarazioni di stima e solidarietà alle Forze Armate, considerazioni sulla necessità della presenza dei nostri soldati in quei teatri di guerra, sottolineando il fatto che i nostri sono là in “missione di pace”, sono là per aiutare le popolazioni colpite dalla guerra, sono là per favorire il processo di pacificazione, sono là per aiutare a costruire la democrazia.

E quegli ingrati, iracheni o afgani che siano, massacrano i nostri figli a suon di bombe e kamikaze.

Anch’io, come tutti, ho provato grande pena e dispiacere per quei ragazzi e per le loro famiglie.

Ma il dolore non deve impedirci di riflettere su questa guerra; anzi…

Ci impone, semmai, di capire se tutto questo ha un senso, se ne sarà valsa la pena.

Ma com’è possibile valutare il costo, sia in termini di vite umane che dal punto di vista economico, della “guerra al terrorismo” voluta da George Walker Bush?

Certo, dipende dai punti di vista; ma proviamo a fare “due conti”.

Dal punto di vista militare ci sono, sul tappeto, più di 6000 soldati occidentali che hanno perso la vita tra Iraq e Afghanistan… Gli USA, da soli, hanno contribuito con 5226 perdite; seguiti, in questa tragica graduatoria, dal Regno Unito con 400 caduti.

Il Canada, che opera “solo” in Afghanistan, ha lasciato sul terreno 131 dei suoi figli.

L’Italia, sommando i precedenti all’attacco del 17 settembre scorso, ha contribuito con 54 giovani vite.

Esiste, però, anche un altro punto di vista che i media occidentali (italiani compresi) illustrano poco volentieri: il punto di vista delle popolazioni irachena e afgana.

La stima più bassa, relativa alle perdite civili, parla di 120.000 morti tra Iraq e Afghanistan.

Uno studio della John Hopkins University, di Baltimora, arriva invece alla spaventosa cifra di 600.000 morti.

Ma c’è chi si spinge, come l’Opinion Research Business di Londra, a sostenere che più di 1.000.000 (unmilione) di civili hanno perso la vita in Iraq e Afghanistan.

Nessuno, poi, sembra in grado di stimare il numero dei profughi, ma è lecito pensare che almeno 2.000.000 (duemilioni) di persone hanno perso tutti i loro averi.

Questo ci dicono le statistiche, formate da colonne di numeri asettici.

Ma dietro ognuno di quei numeri insignificanti, c’è una tragedia umana.

Le perdite umane ed economiche si possono contare e misurare.

Ma si può misurare il dolore?     Si può pesare la sofferenza?

In effetti c’è qualcos’altro, in tutta questa faccenda, che si può misurare: il denaro, i profitti, i dividendi.

C’è  quindi un altro punto di vista: quello delle società private che operano in Iraq e Afghanistan.

Ecco che, forse, abbiamo trovato qualcuno che da questa guerra ha tratto dei benefici.

Ci sono, ad esempio, i cosiddetti “contractors”, che sono aziende private, che operano in Iraq e Afghanistan, per conto di investitori privati in prevalenza americani ed inglesi (ma non solo).

L’Armor Group, ad esempio, è una società inglese specializzata nella sicurezza privata; fornisce scorte di sicurezza agli addetti civili che operano in Iraq per conto di aziende private. Questa società è passata da un fatturato di 71 milioni di sterline nel 2001, ai 233 milioni del 2005.

AEGIS DEFENCE SERVICES, altra azienda inglese, fondata da un ex ufficiale dell’esercito di Sua Maestà, ha stipulato con il Pentagono un contratto da 370 milioni di Dollari, con lo scopo di coordinare e proteggere le attività di 16 aziende di contractors operanti in Iraq.

HALLIBURTON è l’azienda americana che gestisce la base USA “Anaconda”. Si occupa di riparazioni agli impianti petroliferi, dei servizi logistici necessari alle forze armate americane, di forniture di energia elettrica, di servizi anti incendio, dei servizi postali e dei servizi di mensa. Dall’inizio della guerra in Iraq ha somministrato 375 milioni di pasti, consegnato 2,16 miliardi di litri di carburanti militari, trasportato 86 milioni di tonnellate di posta; il che ha fatto più che triplicare il valore delle sue azioni…     E’ sicuramente una coincidenza il fatto che Dick Cheney, vice Presidente di G. W. Bush, faceva parte del “top-management” di questa corporation.

BLACKWATER, che dall’ottobre 2007 si chiama Xe Services LLC, è diventata una delle più importanti “PMC” (Private Military Company) del mondo. Fondata anch’essa da un ex militare (ufficiale dei Navy Seals), ha un ruolo di primo piano in Iraq in nome e per conto del Dipartimento di Stato USA.

Queste aziende, che assieme ad altre “privilegiate” hanno licenza di operare in Iraq, hanno visto i loro fatturati aumentare in modo esponenziale.

La strategia USA, in quella parte di pianeta, in effetti assomiglia a quella che l’Unione Sovietica aveva cercato di attuare in Afghanistan, con pessimi risultati, dal 1979 al 1989.

La principale risorsa naturale dell’Iraq è, casualmente, il petrolio.

L’Iraq, prima della guerra e dell’embargo, ne produceva 4 milioni di barili al giorno.

Nonostante la guerra, grazie al prezioso aiuto di “Big Oil” (termine americano che indica le “major” del petrolio), gli USA sono riusciti ad estrarre, dall’Iraq, 2,1 milioni di barili al giorno.

Anche questo calo di produzione, che solo apparentemente può sembrare negativo, piace molto a Big Oil; perché grazie al naturale meccanismo della domanda e dell’offerta, tiene alto il prezzo del barile (che oggi si aggira attorno ai 77,00 Dollari americani).

Da notare che la produzione di petrolio, in Iraq, è sempre stata tra le più economiche: solo 4,00 Dollari al barile.

Provate a fare due conti e, già che ci siete, provate a indovinare in quali tasche finiscono questi soldi.

Nelle tasche del Governo iracheno?      Sbagliato…

Solo recentemente (fine agosto 2009) sono state assegnate le prime concessioni di estrazione, al colosso inglese BP e alla China National Petroleum Corporation (CNPC), da 6 giacimenti iracheni, che per i prossimi 20 anni potranno estrarre petrolio, al ritmo di 2,85 milioni di barili al giorno, pagando allo Stato iracheno 2,00 Dollari al barile.

C’è da condividere la soddisfazione di Jalal Talabani, il Presidente iracheno, che userà quei soldi per la ricostruzione del suo paese.

Chissà quante cose potrà fare, con 5,7 milioni di Dollari al giorno, pari a 2,08 miliardi all’anno (che al cambio attuale fanno 1,37 miliardi di Euro), se considerate che, tanto per dare un parametro di confronto, il ponte sullo stretto di Messina costerà circa 6,3 miliardi di Euro (vale a dire 9,39 miliardi di Dollari); salvo imprevisti, naturalmente.

In altre parole: noccioline agli iracheni…

E’ ancora lecito parlare di “Missione di Pace”, alla luce di questi elementi?

Guardando il quadro d’insieme, se è vero quello che ci dicono i nostri politici, lo spirito della missione italiana appare di una ingenuità quasi fanciullesca.

Non voglio assolutamente mettere in dubbio la buona fede di quei ragazzi che, volontariamente, partono per quei teatri di guerra con l’intento di aiutare iracheni e afgani, a ricostruire il loro paese e insegnare loro il valore della democrazia; non mi permetterei mai.

Ma, talvolta, mi chiedo se i nostri governanti si rendono conto, esattamente, della situazione che si ritrovano a gestire.

Sentire Ministri della Repubblica usare termini come “exit strategy”, oppure “transition strategy”, quando solitamente parlano un italiano stentato, mi fa un pochino impressione.

I precedenti non lasciano spazio all’ottimismo, se pensiamo alla ex Yugoslavia…

Quello che rende ancora più assurda una cosa assurda, come la guerra, è il fatto che è ormai appurato che Saddam Hussein non aveva nulla a che fare con gli attentati dell’11 settembre e che nemmeno i talebani vi hanno partecipato.

Delle tanto decantate “armi di distruzione di massa” di Saddam, non si è saputo più nulla.

Difficile credere, poi, che la “qualità di vita” di iracheni e afgani, dall’inizio della guerra ad oggi, sia migliorata.

Certo… senza i nostri militari starebbero sicuramente peggio.

Sta di fatto, però, che l’intervento militare italiano, pur non avendone l’intenzione, favorisce i progetti di sfruttamento delle risorse irachene e afgane.

La vita dei nostri ragazzi vale, dunque, 2 Dollari per un barile di petrolio?

Agli azionisti della HALLIBURTON, o della BLACKWATER, importa qualcosa dei nostri caduti sul campo dell’Onore?

La guerra è sempre uno sporco affare; perché massacra milioni di persone che non si conoscono, per gli interessi di poche persone che si conoscono benissimo, ma che non si massacrano.

 

Massimo Mainardi

(Comitato Genitori)

 

Milano, 17 ottobre. 2009

 

Alcune fonti:   www.usa.gov/index.shtml     http://pentagon.afis.osd.mil/   www.icasualties.com     www.nato.int/isaf