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Recensione de “L’ospite inquietante” di Umberto Galimberti

Alcuni anni fa una cittadina del Galles fu sconvolta da una serie inarrestabile di suicidi di giovani: nessuno è riuscito a capire il motivo; nel 1997, a Tortona, alcuni ragazzi annoiati scagliarano un grosso masso da una cavalcavia cercando di centrare le macchine di passaggio; ci riuscirono, e una giovane donna morì. L’evento innescò un meccanismo di imitazione che portò decine di ragazzi ad emulare lo stesso gesto criminale: la serie continua ancora oggi. La lista delle “morti del sabato sera” dopo la discoteca non accenna a diminuire mentre il consumo di alcool e droghe è in aumento.
Atti insensati, inutili, criminali, autodistruttivi, ma soprattutto incomprensibili e, come tali, terrificanti.
Siamo ormai abituati a sentirci rispondere che la causa di tutto questo è la “mancanza di valori”. Questa “mancanza” ha un nome preciso: nichilismo.
Guardiamolo allora in faccia questo nichilismo: vediamo quando è nato, come si è sviluppato, come è diventato quello che è. Un libro utilissimo per questo scopo è “L’ospite inquietante” di Umberto Galimberti. Raccogliendo il materiale dalla cronaca ma, soprattutto, da altri testi, Galimberti riesce nella complicata impresa di rendere accessibile al grande pubblico un tema che, di solito, rimane confinato nell’alveo degli studiosi di filosofia o dei sociologhi e, persino, a suggerire una via di uscita.
Di certo non è la più semplice delle letture e qualche conoscenza di storia della filosofia rende molto più facile la sua comprensione; per chi, invece, di filosofia fosse completamente digiuno, non rimane che armarsi di un
semplice vocabolario e cominciare a fare conoscenza con qualche termine che difficilmente si incontra in un centro commerciale o sulla “Gazzetta dello sport”.
Di particolare interesse la bibliografia, nel caso si volesse approfondire i molti temi affrontati.